L'analisi di Foco - Il cortocircuito
Foco analizza il momento difficile della Fiorentina e i problemi che non permettono alla squadra di Italiano di risollevarsi
La partita col Lecce ci restituisce una Fiorentina ancora lontana dalla guarigione. I problemi che l’accompagnano praticamente dall’inizio della stagione non sembrano trovare soluzione e ridurli a una semplice idiosincrasia verso il gol da parte dei suoi attaccanti non solo è riduttivo, ma potrebbe star diventando dannoso.
La difesa dei principi di gioco da parte dell’allenatore è una cosa positiva, ma a patto che ci sia una visione pulita di quello che non permette a questi di essere produttivi. Se andiamo dietro alle statistiche la Fiorentina produce una gran quantità di possesso, di cross e di tiri verso la porta ma accontentarsi della quantità senza andare a pesare anche la qualità di questo possesso, di questi cross e di questi tiri, porta solo allo scarico delle responsabilità verso i giocatori.
Che per me sono le prime vittime del cortocircuito che sta rendendo questa Fiorentina la classica montagna che partorisce topolini.
Il confronto con due squadre come Lazio e Lecce, ovvero altre due formazioni che usano il 4-3-3 come modulo, secondo me ha evidenziato in maniera netta la differenza di interpretazione della manovra offensiva.
La Fiorentina vuole far arrivare palla al suo attacco attraverso il fraseggio, ma questo possesso avrebbe bisogno di un movimento senza palla costante degli attaccanti per acquisire un senso. Movimento che manca del tutto nei piani d’attacco della Fiorentina, rendendo la squadra di Italiano una formazione in cui il reparto d’attacco non ha nessuna voce in capitolo nell’ indirizzare le transizioni.
La Fiorentina si spinge verso il suo attacco mentre la Lazio, per esempio, muove palla a seconda dei movimenti dei suoi attaccanti. Questa differenza interpretativa influisce in maniera importante sia sulla velocità delle transizioni, sia sullo spazio a disposizione.
La squadra di Italiano fatica a servire i suoi attaccanti davanti alla porta avversaria in maniera pulita perché li vuole troppo al di dentro del gioco con la palla, cosa che non permette la prima cosa fondamentale in un’azione d’attacco: lo smarcamento.
E senza di questo puoi fare anche cento cross e duecento tiri a partita ma saranno tutti ciechi, ovvero forzati.
La Fiorentina non tira male, attacca male. Per trovare la soluzione questo dato di fatto va riconosciuto. E attaccare male fa anche difendere male.
Perché l’azione che si blocca al limite dell’area avversaria porta ad un giro palla che per non esaurirsi chiama i difensori centrali a garantire un appoggio, dilatando così le distanze difensive e offrendo uno contro uno e decine di metri quadri alle transizioni avversarie.
L’allenatore ha cercato di aiutare il suo attacco provando a portare più uomini dentro l’area, incaricando le mezze ali di andare a suggerire la profondità o di affiancare il centravanti ma questo espediente ha acuito la fragilità una volta perso palla, perché per coprire la posizione degli interni si devono accentrare i terzini o le ali, liberando così la fascia per gli scarichi avversari.
I quali devono solo trovare il movimento dell’attaccante dal centro verso l’esterno per andare in campo aperto. Un rapporto costi/benefici che per ora non premia.
Italiano deve saper prendere atto che il suo attacco è in difficoltà come reparto, non solo come singoli.
E che questa difficoltà annulla i principi di gioco che lui difende. Il tentativo di dominio della partita non è incompatibile con un reparto offensivo meno inglobato nel giro palla. il possesso deve essere al servizio dell’attacco, non viceversa, altrimenti si innesca quel cortocircuito che porta il tentativo di dominio della partita ad avere, nella migliore delle ipotesi, solo dei risultati difensivi.
Il mister deve essere bravo a ritarare l’importanza del reparto offensivo nel suo gioco, pensando per questo ad una creazione dello spazio, più che ad una sua occupazione. Ne va dell’annata della sua Fiorentina e della sua crescita professionale.
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